Valeria Grinfan Toderini... (novembre-dicembre 2003)
Valeria Grinfan Toderini, Maria Giovanna Maioli, Titoli
Loredana Magazzeni, "Leggere donna", novembre-dicembre 2003
Titoli è il racconto in versi di una relazione e di un affidamento poetico tra due donne separate da una differenza d’età di cinquant’anni: la veronese di nascita e ravennate d’adozione Irma Zorzi, attiva nel periodo 1917 e 1919, date in cui pubblica, con lo pseudonimo di Irmavaleria, due raccolte poetiche: Morbidezze in agguato e Fidanzamento con l’azzurro, libri che entusiasmano Marinetti e il gruppo dei futuristi Balilla Pratella, Attilio Franchi, Bruno Corra, Filippo De Pisis. Dal 1921, data del matrimonio con Elio Zorzi, seguirà per Irma, come per molte letterate dell’epoca e non, un lungo periodo di silenzio, intervallato ogni tanto da un articolo o un racconto. Alla morte del marito, la Zorzi, amica anche di Diego Valeri, riprende a scrivere articoli, racconti e, lentamente, poesie che intreccerà, negli ultimi anni e quasi ottantenne, a quelle dell’allora giovanissima e appena laureata Valeria Grinfan.
I carteggi poetici fra donne sono molto rari. Un esempio emblematico sono le poesie di Mariella Bettarini e Gabriella Maleti (Il viaggio, 1986, e Nursia, 2000), scritte a specchio di viaggi compiuti assieme. Il carteggio Grinfan-Zorzi è un esempio altrettanto particolare di affidamento e relazione fra donne nella sua assoluta inintenzionalità e mancanza di una scelta ideologica pregressa. È accaduto e basta. Tutto avviene infatti, come per ogni incontro d’amore, per caso. La poetessa più anziana è colpita soprattutto dalla bellezza e dalla giovinezza dell’interlocutrice: “la bellezza è il tuo dono, quel che offri / agli altri più che a te, dono celeste”. L’altra, la giovane, inscrive la parentesi del carteggio con Irma all’interno di un personale percorso di autocoscienza di sé e della propria scrittura, dialogandone dopo un ventennio con una terza donna e poetessa ravennate, Maria Giovanna Maioli, che presta la sua calda voce di soprano alla voce e ai versi della Zorzi.
Grinfan risale dalla genesi dei primi tentativi poetici: “le stesse sciolte rime, ma ine ine senza fama, / ugole canarine in gabbia”, al percorso di vita fino all’oggi, “meriggio inoltrato con quel senso di viaggio e spaurimento / dei piedi piccini sul grande tappeto” in cui il tempo mitico e mistico dell’infanzia è ripercorso in versi quali “ah, gli dei, gli dei sdipanando / fuoco e pervinca ai miei occhi” fino al ricordo delle figure parentali: “Vedi, Giovanna, io penso che i genitori compiano l’opera della Divinità nel microcosmo umano: sono creatori e distruttori della realtà dei figli” e fino alla rievocazione della figura della madre, quel tu che “alla figlia tua nata / hai insegnato a morire”.
Il rapporto con la madre dà l’avvio alla sezione dedicata al carteggio vero e proprio, leitmotiv il senso di tenero amore e protezione dell’una, Irma, verso l’altra da sé, Valeria, altra se stessa, alter ego Valeria che la protegge a sua volta, soprattutto dal senso incombente del tempo: “le tue piante / non temono l’inverno / dal fibroso alterno / insonnolito / ti sanno assolata / attesa del risveglio”.
Delle due la più anziana appare all’altra “l’adolescente che riconosce il potere del tempo ma non vi si sottomette”. Ombra e sfondo il salotto di Irma fra i canali di Venezia, gioco di specchi la ricerca reciproca di identità e riconoscimento: “ci specchiamo / lo scorrere dell’altra / rispecchiamo, / sillabe già lette, / per rette e sfere / nel tuo lontano riflette il mio lontano”.
Come in un lungo e vero rapporto d’amore, silenzi, ombre e luci attraversano lungo gli anni queste scritture, seminando nella più anziana il dubbio che la giovane possa dimenticarla, “Forse hai scoperto la mia vecchiezza / hai respinto nel lago morto la figura / che ti fu amica”, e nella giovane il timore di non saper alleviare il dolore dell’amica: “temo le tue ferite / più che le mie ... pure invita / il tuo soffrire / pietosa m’accogli / come l’eremita / il lupo azzoppato / le braccia immense / ai piedi del dirupo”.
Il rapporto di Valeria con Irma, con l’Altra, ha la solennità del rapporto col Padre, per essere essa Irma incarnazione della scrittura e del rapporto con la Madre, per il suo essere Irma una donna. È un rapporto negato come singolarità delle parti: “come bocca lingua sonora / mi sfiora l’onda grande del tuono, / mi tocca intima l’acqua / in salde gocce opimi / lava l’unione negata”, ma possibile solo sul piano cosmico, universale: “l’aurea gemella dei gesti, / si sfiocca l’illuso / diviso / ed infinitamente ricomposto”. E universale è il tono che chiude la raccolta con due testi, Alzati, Jude e Spegnimi al chiarore, che nei palesi riferimenti alle canzoni pacifiste dei Beatles e a una spiritualità d’impronta cosmica, chiudono il cerchio di una storia appassionante, gioco di specchi e di vite intrecciate, restituite a noi dal dono della scrittura.

