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Un “concerto” di poesia dedicato all’infanzia (6 ottobre 1997)


Un “concerto” di poesia dedicato all’infanzia

Luciano Benini Sforza, "Il Resto del Carlino", lunedì 6 ottobre 1997

 

L’infanzia, una nessuna e centomila: si potrebbe chiamarla così dopo aver assistito all’ultima edizione del Mercatino della Poesia, che si è svolto sabato sera al Ridotto dell’Alighieri. Dopo l’inizio con la formula del microfono libero, il Mercatino, si sa, è diventato con gli anni un’iniziativa a programma e quindi anche “a tema” passando dall’evento happening allo spettacolo vero e proprio. Tema della manifestazione-concerto di sabato scorso era appunto il rapporto fra poesia e mondo infantile, rapporto rivisto e proposto al pubblico accorso in buon numero attraverso una dosatura equilibrata di classici (da La Fontaine a Carroll), di affermati moderni (fra gli altri Rodari, Trilussa, Tofano, Scialoja e Piumini come ospite d’onore) e di altri autori meno noti come voci per l’infanzia (ad esempio un Gozzano sorprendente). Ben al di là di quanto ci si poteva forse aspettare, il tema scelto si è dimostrato veramente multiforme, per un “jolly” che ha permesso un gioco a tutto campo alle diverse sensibilità ed attitudini della “compagnia” di lettori-interpreti (da Tondini alla Cavicchioli a Maestri a Pellegrini a Costantini, solo per citarne alcuni). “Compagnia” che nel tempo, edizione dopo edizione, anche attraverso nuovi innesti, ha consolidato sintonie, affinato sicurezza, cementato soprattutto, lo spirito e le intese, come hanno dimostrato alcuni numeri collettivi o di gruppo (come l’indiavolata carrellata finale). Attraverso il “filo” della conduzione di Galilea Maioli e la regia di Patrizia Magnani, si sono gustate tante immagini e versioni dell’infanzia: un caleidoscopio semiserio spesso, umoristico, ma capace ugualmente di far capire la mentalità dei tempi e degli autori rappresentati come e meglio, a volte, dei testi per gli “adulti”.

C’era il “nonsense” magistrale, la libertà estrosa come negazione della seria e compassata civiltà vittoriana di Carroll; c’era la stupefacente parodia tra citazione colta e fumetto di un Martina (L’Inferno di Topolino), con tanto di ironia italico-calcistica.

C’era la miscelatura di ironia e sentimento con cui cantare il disagio esistenziale, la crisi dell’uomo moderno nei testi di un Gozzano, che guarda all’infanzia senza dimenticarsi dei fardelli più dolorosi e profondi. Poi tutta la serie degli apologhi, con animali e uomini stranamente ravvicinati e incrociati: il gatto “socialista” e opportunista di Trilussa, che diventa “conservatore” quando gli conviene; la rana superba e vanitosa di un La Fontaine, più moralista, più attento al risvolto etico e didattico (qui, antiborghese); oppure il bestiario di Scialoja, con le parole in libertà e il gusto del bisticcio e della battuta.

Infine la fantasia mista a una dose di acuta riflessione di un Rodari, classico moderno: se il cielo è di tutti, scrive (lo stiamo parafrasando e quindi banalizzando molto), perché la terra è a pezzetti?