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Il poeta? Uno spettro... (28 ottobre 1988)


Il poeta? Uno spettro capace di mille metamorfosi. A tu per tu con Andrea Zanzotto, ospite d’onore del Mercatino della Poesia

Maria Giovanna Maioli Loperfido, "Il Nuovo Ravennate", anno XXX, n° 41, 28 ottobre 1988

 

Alla mezzanotte di sabato 8 ottobre si è conclusa – mi sia consentito di scriverlo come responsabile della direzione artistica della manifestazione – l’edizione forse più riuscita, anche per la qualità dei testi ascoltati, e più ordinata, soprattutto per l’appropriata regia di Carla Baroncelli, del Mercatino della Poesia. È domenica 9, sono le 10.

All’Hotel Byron, dove dalla prima edizione (era il 1979) alloggiamo i poeti (centralità dell’ambiente o un inconsapevole omaggio all’autore del Don Juan?), mi attende per essere intervistato Andrea Zanzotto, l’ospite d’onore dei Mercatini, anche se quest’anno l’onore è stato diviso con l’ormai di casa, qui a Ravenna, Tonino Guerra.

In una intervista di alcuni anni fa dichiarasti che il poeta oggi è soprattutto uno spettro capace di mille metamorfosi pur di sopravvivere, sia pure come spettro. Riguarda anche te questo?

Mi sembra proprio di sì, e ben poco è mutato da quando mi sono espresso in questi termini. Forse qualche attenzione di più per la poesia c’è, nel senso che sono più frequenti le manifestazioni di poesia, fra cui spicca questa del Mercatino per la sua freschezza e spontaneità. Però, se noi poi andiamo a guardare a quella che è la diffusione reale della poesia, cioè le copie dei libri che vengono acquistati, siamo sempre fermi agli stessi livelli di dieci anni fa. Anzi, ho sentito delle statistiche che tenderebbero a denunciare un peggioramento addirittura del trenta per cento negli ultimi cinque anni.

La poesia è anche o sempre autoterapia?

Direi che sostanzialmente non dovrebbe esserlo, perché dovrebbe provenire – anzi, io credo che nella sua radice essa provenga – da una specie di abundantia cordis, cioè dal desiderio di esprimere qualche sentimento che trabocca naturale in presenza di fatti della natura, di avvenimenti, di situazioni che possono essere anche gioiose. Però, di fatto, in tempi come i nostri in cui i mali sociali sono sempre più diffusi e si riflettono quindi anche in degradazione individuale, molto spesso, come è avvenuto anche in grandi casi del passato, la poesia è anche una forma di autoterapia.

Sei d’accordo sul fatto che la vera poesia può comunicare prima ancora di essere capita?

Alle volte può succedere proprio questo. Non comunicherà tutto, ma una parte di sé la comunica di sicuro. A me è capitato, per esempio, di ascoltare Brodskij che recitava in russo, e io il russo non lo so. Però, nell’insieme del suo salmodiare – perché tale sembrava – c’era una tale ricchezza di fonazioni, che si poteva già sentire una premessa di quella che è poi l’espressione poetica.

Ma è necessario cercare il significato nella poesia?

Sì, purché si tenga conto che il significato è un significato trasversale, non lineare, non rettilineo, ma carsico, che va e viene, che obbliga quindi anche a delle torsioni della logica normale. Questo direi che è il significato nel senso di una comunicazione ben precisa, che riferisce su certi dati della realtà, che può anche non esserci. Se c’è non guasta, ma se non c’è lascia lo spazio a tutto un insieme di sottosignificati, che si combinano poi in un significato maggiore.

La tua poesia è veramente ardua?

Questo non posso dirlo io. A me dà l’impressione di qualche cosa di incontenibile, che io comunque non potrei non fare. E dato il carattere così pulsionale, diciamo, che proviene proprio dall’inconscio di quella che è la mia espressione, può anche darsi che l’arduo corrisponda agli strati sotterranei, che sono anche magmatici e che come tali vengono riferiti. Quindi, forse, l’elemento più basso, più compulsivo è anche quello che più difficilmente si esplicita in termini contigui alla logica. E allora di là può forse venire una sensazione, al polo opposto, di difficoltà. Difficoltà che va verso l’alto, però.

Ma ti interessa essere intelligibile?

Mi interessa che ci sia poi un coinvolgimento in un sogno comune. Questo, direi, è il contatto.

Prendo questo tuo verso: “Quando ero-dio o qualcosa di simile”. In quale momento della tua vita ti sei sentito veramente dio o qualcosa di simile?

Rarissime volte e spessissimo, perché quell’essere-dio o qualcosa di simile – sempre "dio" con la "d" minuscola, beninteso, e "essere-dio" tutto attaccato con un trattino in mezzo – vuol essere soprattutto l’espressione di una armonizzazione con la realtà. Per cui, uno si sente in un rapporto con la realtà tale da corrispondere a una fusione, in cui egli però rappresenta il momento in cui emerge la consapevolezza della consistenza della realtà stessa.

Con quali occhi il poeta guarda oggi il mondo?

Gli occhi con cui la poesia guarda il mondo penso siano sempre gli stessi: cioè, tra lo stupore, la gioia, il dolore, i sentimenti fondamentali, una specie di rapporto molto vivo e partecipe. In ogni caso, il mondo di oggi pone problemi sempre nuovi, che devono essere inquadrati attraverso forme che non sono quelle poetiche; forse, quelle scientifiche. E resta perciò necessaria una maggior conoscenza, anche se – e, purtroppo, nella maggior parte dei casi – si tratta di conoscenza attraverso la volgarizzazione di questi problemi che pesano ogni giorno di più sulla vita quotidiana attraverso anche la tecnologia, spesso devastatrice.

Andrea, qual è il tuo rapporto con il pianto?

A dir la verità io piango pochissime volte, e quando questo mi capita non è che mi conforti molto, perché immediatamente mi scatta un meccanismo di censura, nel senso che sento il pianto come una forma di compianto per me stesso, incapace di risolvere una situazione. Comunque, lo vedo come una spontanea manifestazione che dovrebbe avere, anche a livello puramente biochimico, un effetto catartico, perciò da non reprimere.

Qual è il segno inconfondibile della nobiltà d’animo?

"Nobile sia l’uomo, soccorrevole e buono": era Goethe che predicava la nobiltà d’animo come elemento fondamentale. Certo che lui forse lo era, nobile d’animo; non certo, per lunghi periodi, i suoi compatrioti. Per nobiltà d’animo ritengo che si possa intendere una certa volontà di coinvolgimento soccorrevole nei confronti del prossimo, tenendo però il senso di una prospettiva che tende ad alzare il piano della partecipazione e della visione della realtà. È molto difficile, però, dare un connotato ben sicuro di nobiltà oggi, in un mondo che di nobile ha ben poco, perché è basato soprattutto sulla smania di far denaro, che non ha assolutamente niente di nobile.