Versi d’amore (marzo 1983)
Versi d’amore
Biancamaria Frabotta, "Alfabeta", anno 5, n° 46, marzo 1983
Chi qualche volta si è trovato a passare per il Mercatino di poesia che ogni anno, da qualche tempo a questa parte, si tiene a Ravenna si è certo imbattuto in Giovanna Maioli, che del Mercatino è stata l’ideatrice e ne tiene in vita lo spirito di diletto e di libera e spontanea fruizione della poesia che lo anima. Con analogo piglio e intraprendenza oggi Giovanna Maioli si è dedicata all’ardua impresa di compilare una antologia di poesia, Versi d’amore, edita da un piccolo editore, raffinato quanto coraggioso, come Corbo e Fiore di Venezia.
L’antologia raccoglie testi inediti di autrici italiane contemporanee, privilegiando nella scelta – oltre che il criterio selettivo dell’autrice, naturalmente – un tema che è per l’appunto l’amore. Come si combina un “oggetto” così accarezzato dai favori della moda come l’amore quando è poeticamente trattato da “soggetti” così enigmatici e oggi, ahimè, desueti come i poeti di sesso femminile?
Questo è certo il quesito più stimolante e originale che l’agile antologia suscita. Non vale la pena riprendere qui l’ormai annosa e dibattuta questione sulla legittimità letteraria e non più soltanto politico-culturale delle antologie di poesia femminile: spazio autonomo o ghetto? laboratorio di ricerca linguistica o ricettario di formule e stereotipi? precipitato della nuova fisionomia femminile maturatasi negli anni ruggenti del femminismo o detrito arcaico e nostalgico del femminile?
Sarebbe troppo lungo rispondere anche a una sola di queste domande. Ciò che conta è che la risposta della poesia è ancora una volta imprevedibile e liberante. Le autrici antologizzate dalla Maioli sono cinquanta: troppe dunque per pretendere di rappresentare un esito già compiuto e debitamente filtrato. Nemmeno negli anni aurei del petrarchismo rinascimentale, uno dei pochi degnamente rappresentati in Italia anche dalle donne, è possibile individuare cinquanta poetesse di vero valore. E la curatrice non può non esserne consapevole, dal momento che sceglie di appaiare a nomi già acclarati e acquisiti altri che fanno magari la loro prima comparsa in pubblico o che, dopo anni di clandestinità, vengono fatti affiorare alla luce impietosa dei riflettori.
Non tutti i testi, ovviamente, resisteranno alle perfidie del tempo, ma ciò che conta in un’operazione del genere è, a mio parere, altrove. Intanto, ancora una volta bisogna dire che il tono medio di questa piacevolissima lettura è alto, privo cioè di quegli inabissamenti sottoculturali che fino a ieri sembravano inevitabili ogni qualvolta il raggio poetico si allargava a illuminare fasce sociali e culturali tradizionalmente minoritarie. La conseguenza è che testi eccellenti non paiono tali per l’effetto contrastivo con la “pianura” ma anzi proprio da essa traggono humus e succoso nutrimento, e così – rovesciando la logica del ragionamento – i versi anche più fragili e improvvisati non si avvincono alla rosalba come le pascoliane femminelle, dannosi parassiti della poesia, ma anzi svolgono l’utile funzione ornamentale dell’asparagina in un bel bouquet.
Un’altra considerazione che si impone è l’intonazione di questi versi d’amore, mai lamentosi e retorici e invece percorsi da un sottilissimo filo di ironia, ora tragico-sublime, ora apertamente sardonico e aggressivo, ora addirittura dissacratorio. Questa nuova asciuttezza di lingua e di sentimenti – a volte eccessiva fino all’aridità, a volte invece godibilissima – è ciò che più innova nei confronti dello stereotipo psicologico della “poetessa d’amore” novecentesca, sul tipo per intenderci delle insopportabili selve d’amore alla Sibilla Aleramo. Ma il fiorire della nuova ironia femminile (sia verso l’amore che verso la stessa sacralità della poesia) negli anni più recenti è un discorso da sviluppare.
Per concludere vorrei, fra tanti nomi, citare il semiesordio di Alida Airaghi, di Carmela Fratantonio, di Giovanna Sicari, di Chiara Scalesse. Benvenuto il ritorno di Marta Fabiani e di Sandra Petrignani. Bellissimi gli inediti di Daria Menicanti e di Amelia Rosselli.

