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Venghino, venghino: i versi sono di giornata (17 settembre 1981)


Venghino, venghino: i versi sono di giornata

Giuseppe Saltini, "Il Messaggero", giovedì 17 settembre 1981

 

Gli organizzatori della terza edizione del Mercatino della Poesia, svoltosi a Ravenna nei giorni 11 e 12 settembre, quest’anno avevano proposto come tema la “poesia d’amore”, ma l’invito non è stato accolto. Neppure l’assenza o la glaciazione degli affetti – da cui spesso nasce la più alta poesia amorosa – si è sublimata in canto, segno (forse) non già di estraniazione emotiva ma di pudico contenimento. I poeti delle ultime generazioni privilegiano toni discreti, strategie indirette. Anche quando cavalcano ritmi giocosi, l’ironia e l’irriverenza attraversano i loro versi.

A Ravenna era atteso Stefano Benni, che della comicità corrosiva è un banditore ormai celebre. Non si è visto. Doveva venire anche Tonino Guerra, ma in sua assenza ha inviato i “manifesti” fatti affiggere, nel luglio scorso, sui muri di alcune città romagnole. In uno si legge: “Insegnanti e professori, è inutile aspettare che i ragazzi imparino a leggere se voi, per primi, state degli anni senza entrare in libreria. Non si può parlare di Omero se non si conoscono i poeti di oggi”. In un altro è scritto: “A nome di una piccola schiera di poeti, ringrazio tutti quelli che amano, curano e riparano le vecchie case coloniche, uniche gabbie che racchiudono il tempo e che raccontano favole agli occhi”.

Guerra è inquieto per la condizione di degrado delle zone in cui è nato, dove non riesce più a riconoscersi. Se fosse venuto a Ravenna, avrebbe potuto constatare l’opera di distruzione cui è soggetta la famosa pineta – già cantata da Byron – dove Antonioni ha ambientato Deserto rosso. Enormi raffinerie di prodotti combustibili hanno arrecato danni irreparabili alla fauna e alla flora locale. Trionfa la desolazione del paesaggio, la tossicità atmosferica, lo stupro ecologico.

Altri poeti sono comunque venuti, impiantandosi nella città vecchia (ancora austera e bellissima), nei pressi della tomba di Dante. Patrocinato dagli enti locali e dal Gruppo Tuttoprevisto, il Mercatino della Poesia favorisce questo raduno annuale. Ai poeti, siano noti o meno noti, viene offerta la possibilità, senza discriminazione alcuna, di esporre le loro opere e di venderle. Fino a non molti anni fa una simile iniziativa sarebbe rimasta nell’ombra: la poesia suscitava poche attenzioni, consumata da ristrette cerchie e appena tollerate. Sembra che in momenti di crisi e di sbandamento spirituale i versi tornino a fiorire, come dimostrano molte manifestazioni.

A Ravenna c’era Andrea Zanzotto. Ha fatto leggere un suo inedito, “Anticicloni, inverni”, diviso in tre sezioni. Ne riporto alcuni versi: “Raccolgo, è certo, nel bello dello stordimento / col più gramulato impetrare / quanto v’è di silenzio – ed è tanto”. Oppure si è sentita questa lirica di Valerio Magrelli, letta dall’autore: “Io mi addormento come / si spengono le luci d’un paese, / e uno dopo l’altro / svaniscono gli oggetti dal pensiero. / Il sonno è il risultato / di questa sottrazione: / quando il calcolo è giusto / nulla deve avanzare / e tutto torna”.

Tra i gruppi degli ascoltatori sono prevalse le persone di media età: tutto il contrario di quanto avvenne nei sovraeccitati “festival” romani – quelli di Castelporziano e di piazza di Siena – dove il richiamo di poeti internazionali coinvolse, nei due anni passati, masse di ventenni o trentenni. Del resto l’iniziativa di Ravenna – la cui promozione si deve all’appassionato lavoro di Giovanna Maioli e di alcune sue compagne – non ha mai preteso di emulare le grandi adunate estive organizzate dal Beat 72 e da Franco Cordelli. Le letture, senza rischi per i poeti né esibizioni folkloriche, si sono alternate all’esposizione di opuscoli e di plaquettes, di libri editi o di dattiloscritti ciclostilati, i cui acquirenti erano soprattutto i poeti stessi.

Abbiamo ascoltato le poesie di Maria Luisa Spaziani, che quest’anno ha vinto il Premio Viareggio per la poesia, e di Vivian Lamarque (Viareggio Opera Prima), di Amelia Rosselli e di Margherita Guidacci, di Giulia Niccolai e di Mariella Bettarini, di Luciana Frezza e di Nicoletta Poli, di Piero Santi e di Sebastiano Vassalli. Vito Riviello, gioviale quanto ottimo dicitore, ha letto una sua poesia in cui le celeri virtù di Mennea dissolvono sui flaccidi volti di Bokassa e di Amin. Parodia di una “narrazione bassa” che si alterna a cadenze cantilenanti, la poesia di Riviello, letta a tarda ora, ha trattenuto in piazza S. Francesco il pubblico ravennate, che seppure non folto ha tuttavia dimostrato interesse e apprezzamento.

Chi segue il panorama frastagliato della poesia italiana contemporanea, dai nomi citati sopra può rilevare la molteplicità delle tendenze manifestatasi a Ravenna. Ai toni, ora colloquiali ora scarni, della Spaziani facevano eco quelli favolistici e falso-naïf della Lamarque, al plurilinguismo della Niccolai si alternavano i “lapsus creativi” della Rosselli, alle inversioni monotematiche praticate da Vassalli (“Le angosce hanno aspetto di bisce. / Le angosce hanno forme di cosce. / Le angosce son nere con strisce / violette. Le angosce son dritte.”) si aggiungeva la verve ironica della poesia “meridionalistica” di Riviello, anch’essa giocata su una forte musicalità e sull’apparente abbandono a una rima “facile”.