Poeti in piazza come al mercato (15 settembre 1981)
Poeti in piazza come al mercato
Claudio Marabini, "Il Resto del Carlino", martedì 15 settembre 1981
Sono stato a Ravenna a sentire il Mercatino della Poesia. A sentire e a vedere, perché il Mercatino è fatto anche di bancarelle, nelle quali si vendono libri di poesie, ciclostilati eccetera. Il mercatino rimane aperto tutto il giorno, la lettura si svolge la sera. Il tutto è durato due giorni, venerdì e sabato, in piazza San Francesco, a due passi dalla tomba di Dante, dove hanno stanza abituale i tossicodipendenti.
Io non credo che la poesia debba andare al mercato e quando viene letta nelle piazze o ha un senso particolare, magari in una cornice grandiosa, o non ne ha nessuno. I “trebbi” di Comello e di Della Monica erano teatro e andavano su testi sicuri. In questo modo, invece, diventa lo show di un cantautore qualsiasi, di un macchiettista, o la lagna di un frustrato. C’è però il fatto che oggi è difficile stampare poesia e che tante voci sono destinate al silenzio e al buio dei cassetti segreti. Il popolo italiano è ancora un popolo di poeti? Non so. So però anche che la poesia, pur difficile da pubblicare, traversa un periodo di moda.
Allora si va alle letture e alle bancarelle. E si vede magari una poetessa tutta bardata di rosso sino alle caviglie, come Beatrice per le strade di Firenze, che recitando le sue poesie mangia la carta su cui sono scritte. Le chiedi, dopo, che senso ha il fiero pasto e lei ti risponde che il foglio in bocca significa bavaglio. “E perché lo masticava?” domandi. “Non hai mai ingoiato rospi nella vita tu?” Concedi. Poi lei si lancia in un discorso di proiezioni verso qualcosa in cui non sei più capace di seguirla.
C’è un po’ di tutto, c’è anche la satira, che nelle piazze è sempre quella che funziona di più. Poi va su un giovane calvo, che si mette a raccontare di un prete sepolto in un cimiterino. Tutti trattano male questa povera tomba, finché un sadico vi depone un fiore con petali di carta vetrata. Qualcuno lo coglie, cava i petali e si accorge che si tratta di “un culo di cagna”. Non capisci se il poeta ce l’ha col prete o con uno che ce l’aveva con lui.
Più edificante la dizione della frustrazione quotidiana, del bisogno di Eros, del suo stravolgimento con il fratello, la madre e il padre, e il bisogno di parola, di discorso eccetera; e la solita rivolta contro tutti e nessuno. C’è una pappa poetica che sta sospesa su di noi, dalla Sicilia alle Alpi, ferma come una nebbia, dal ’63 almeno.
Un poeta, che recitava sommesso la solita analisi introspettiva, d’improvviso s’è impennato nelle note alte, come Del Monaco nell’Otello. “Che posso fare?” ha urlato. “Vat’ a ca’!” gli ha fatto eco la voce di un popolano.
Aveva ragione o torto il popolano? Mah! In piazza San Francesco, nella piccola platea di seggiole a semicerchio, con Giovanna Maioli, che ha organizzato il Mercatino per il terzo anno, sedevano Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani, vincitrice del Viareggio, Andrea Zanzotto, Cesare Ruffato, Magrelli e altri bei nomi. Anche loro sono saliti al microfono, tranne Zanzotto, che si è fatto leggere dalla Maioli, che è finissima dicitrice e intenditrice di poesia. La Guidacci ha letto brani del poemetto L’orologio di Bologna, che è un bel poemetto e parla della strage del 2 agosto 1980.
Quanti erano i poeti presenti? Cinquanta, cento, centocinquanta? Alcuni venivano da lontano. Gli invitati d’ufficio erano venti e a loro è stato rimborsato il viaggio (seconda classe) e offerti “buoni” per i pasti. Gli altri si arrangino. I soldi? La Maioli ha battuto cassa un po’ dappertutto e tra Comune, enti e banche varie, qualcosa ha racimolato. Ci sono, dietro, anche due organizzazioni culturali locali: la Bancarella di Editoria a Mano e Tuttoprevisto. Ogni medaglia ha il suo rovescio. Sarà balordo e malinconico un mercatino della poesia, però c’è dentro anche tanto candore e tanta speranza. C’erano dei giovanissimi che bevevano le parole come se fossero fiori in transito nell’aria (umidissima peraltro).
Quanto a Dante, dorme a due passi da secoli e ne ha visto e sentito di tutti i colori. Testimone Stecchetti, e altri ancora, ce ne fosse bisogno. Lui scriveva quando gli “dittava” dentro. Anche adesso, tutto sommato, fanno così. Dei risultati parleranno i venturi.

