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Cronache incolori di giovani poeti (7 ottobre 1980)


Cronache incolori di giovani poeti

Mariella Bettarini, "Il Manifesto", martedì 7 ottobre 1980

 

Lecito – spero – intervenire brevemente in merito all’iniziativa del ravennate Mercatino della Poesia organizzato dal Gruppo Tuttoprevisto e patrocinato dalle locali Provincia e Comune. Mi riferisco anche al pezzo pubblicato sul "Manifesto" (del 17 settembre, firmato da Alberto Cioni) là dove del Mercatino si imposta una cronaca più descrittiva che critica, tralasciando, forse, alcuni aspetti che da tale esperienza, giunta al suo secondo anno di vita, sono questa volta emersi prepotentemente, mi sembra, non tanto in senso proprio negativo quanto con modalità e fini che necessitano di analisi critiche, di dialettica, appunto, e non solo di lineari e ind(c)olori cronache.

Voglio dire che non basta una “bancarella della editoria a mano”, non bastano letture indifferenziate e logorroiche (tra l’altro una proposta agli organizzatori del Mercatino e, in primis, all’attivissima infaticabile Giovanna Maioli: perché non separare minimamente – o provvisoriamente sospendere durante la lettura – il luogo del mercatino e quello delle letture stesse? Si eviterebbe una pesante divaricazione: tra la concentrazione richiesta/indispensabile all’ascolto della poesia, e la dispersione e il movimento insiti in un atto di mercato, sia pure di “mercato della poesia”).

Non bastano, insomma, impegno, amore della poesia, buona volontà, fatica e denaro per assicurarsi la completa riuscita di un’operazione relativamente pubblica qual è quella di tali iniziative: che pullulano, che si moltiplicano, che impazzano per tutta la penisola, da quando la poesia – riscoperto il valore e il senso non privato del cosiddetto “privato”, il bisogno non sempre evasivo e disimpegnato che di essa serpeggia nelle giovanissime generazioni – è ricomparsa alla ribalta insieme alla musica, al teatro: al ritrovato senso di una partecipazione individuale (e insieme di massa) a tutto quanto ridà sostanza e peso a bisogni che soltanto materiali non sono (né possono essere), ultima spiaggia di intere masse giovanili che dalla propria, e altrui, creatività (ed ecco anche il divismo) traggono sollecitazioni per una presenza meno massificata e dispersa all’interno di questa società, nella speranza di essere (diventare) soggetti, attori, protagonisti, essenze: non, dunque, oggetti, comparse, coro, assenze.

È stato – giustamente, mi pare – detto (scritto) che il “pubblico della poesia” è oggi in massima parte composto dagli stessi poeti. Ma chi sono, appunto, questi “poeti”? Il più delle volte si tratta di aspiranti tali, di giovani e giovanissimi (quelli cui si rivolge il foglio curato da Roversi e Maldini, "La Tartana degli Influssi") alla ricerca di sé tramite i versi: spesso versi/diario, versi/esperimento, versi/grido o pianto. Giovani e giovanissimi che riempiono dei loro fascicoli, fogli, dattiloscritti, plaquettes autocurate, autofinanziate, le redazioni delle nostre riviste (e qua parlo per esperienza continua e diretta, dirigendo a Firenze il quadrimestrale "Salvo Imprevisti" che esce dal lontano 1973).

Giovani e giovanissimi che hanno necessità di essere ascoltati, letti, intesi, non rifiutati, indirizzati, spinti ad autoanalizzarsi con tenerezza ma anche con ferocia; guidati (non paternalisticamente) a conoscere quell’editoriale Potere che solo all’apparenza alimenta e “promuove” la loro ingenua, barbarica, principiante poesia; che in realtà ferocemente seleziona e divide, oscura e terrorizza, non contribuendo certo a chiarire a nessuno chi e che cosa è, a che serve (se serve), dove vive, di che soffre e muore, in quali gigantesche pietre inciampa, e così via, il contemporaneo, anacronistico, necessario poeta.