Lasciate al poeta almeno la parola (20 settembre 1980)
Lasciate al poeta almeno la parola
Sebastiano Vassalli, "L’Unità", sabato 20 settembre 1980
Chi è il poeta? Nella centralissima piazza San Francesco di Ravenna, a pochi metri dalla tomba di Dante, questa domanda se la sono posta in molti nei tre giorni (11, 12 e 13 settembre) in cui si è svolta, promossa dagli enti locali e organizzata da Giovanna Maioli e dal circolo culturale Tuttoprevisto, la seconda edizione del Mercatino della Poesia. Chi è il poeta? è anche il titolo di un libro repertorio (edizioni Gammalibri) curato da Mariella Bettarini e Silvia Batisti, che proprio a Ravenna nell’ambito del Mercatino è stato presentato in anteprima; un libro repertorio in cui trentatré poeti italiani viventi si interrogano su se stessi e sulla poesia senza arrivare a dare, naturalmente, risposte perentorie, definitive.
Scartiamo dunque la tentazione di rispondere ancora una volta facendo un elenco di nomi magari ordinati secondo le vecchie gerarchie, i più noti, i meno noti, gli ignoti. Dire: a Ravenna i poeti erano il tale e il tal altro. Le letture in piazza sono un fenomeno nuovo e l’impressione che sempre più si va confermando in questa rinascita spettacolare della poesia è che tutti, attori e pubblico, abbiano a che fare direttamente in prima persona con la parola.
Vale a dire, oltre l’universo della comunicazione a senso unico di televisione, radio, giornali, pubblicità, il poeta è ancora padrone della propria parola, “l’individuo che parla”. Che poi parli male o bene interessa meno. Lo si invidia e lo si spia per carpirgli il segreto di questa vitalità, in un certo senso per imitarlo.Gli incontri del pubblico con la poesia sembrano dunque rispondere ad una necessità che va al di là delle mode.
Basta parlare con gli organizzatori per rendersene conto: tutti quelli che in qualche modo dovrebbero dare un apporto (gli amministratori pubblici, la stampa, gli stessi poeti) sino all’ultimo momento sembrano svogliati, increduli, a volte diffidenti. Ma poi le manifestazioni si fanno, con quelle stesse persone e, quasi inaspettatamente, riescono. È un dato di questi ultimi anni che gli incontri con la poesia riescono meglio in piazza che non nel chiuso di un teatro: chissà perché.
Il segreto della manifestazione di Ravenna è la formula, appunto del “mercatino”: si mettono i propri libri, i propri disegni, le proprie fantasie in piazza e si gioca, tra persone adulte, a vendere e comperare ciò che non è e non potrà mai interamente diventare un valore di scambio, una merce.
Si gioca a vendere e a comperare la parola, anzi, nemmeno la parola, diciamo la distanza che c’è tra la parola e gli oggetti nominati, se questa può essere una definizione accettabile della poesia.
L’intermezzo del gioco è indispensabile per creare uno stacco tra la realtà urbana con i suoi condizionamenti e una realtà diversa, in cui si entra poco per volta e non senza dover vincere qualche resistenza interiore. Il pubblico della poesia degli anni Ottanta è un pubblico saturo di discorsi già confezionati, di parole altrui. Al poeta non chiede la certezza di una parola più efficace di tutte le altre, ma semplicemente di essere aiutato ad ascoltare se stesso. In fondo, ciò che la gente vuole non è tanto ascoltare i poeti, quanto essere aiutata ad ascoltarsi.

