"Il peggio è quando i poeti..." (21 settembre 1979)
“... il peggio è quando i poeti leggono in pubblico le loro poesie.” A Ravenna, invece, la poesia torna in piazza
Carmine Fotia, "Il Manifesto", venerdì 21 settembre 1979
La poesia ritorna in piazza. A Ravenna, in piazza San Francesco si è svolto venerdì e sabato scorsi il Mercatino della Poesia. Che fosse possibile, dopo il corto circuito della comunicazione tra il pubblico e i poeti a Castelporziano nel luglio scorso, non era affatto scontato. Ma contro ogni logica (apparente) invece è andato bene: il Mercatino è stato bello e utile.
La regola che sembra aver guidato gli organizzatori è quella dell’abolizione del “mega”: niente “mega-poeti”, niente “mega-palco”, niente “mega-pubblico”. Tutto su scala ridotta, dunque, ma non solo. La caratterizzazione al Mercatino l’ han data le riviste autogestite, i collettivi di poesia, la rappresentazione, insomma, della nuova pratica poetica di questi ultimi anni.
Anche la scelta del posto dove si è svolto il Mercatino è stata coraggiosa: piazza San Francesco, infatti, è la piazza dell’eroina, frequentata soprattutto da giovani che “bucano”. L’allestimento è dei più semplici: uno striscione scritto a mano che all’imbocco della piazza annuncia il Mercatino, due microfoni sotto i portici, e tutt’intorno i banchetti dei gruppi e dei singoli. Sono arrivati: Valore d’Uso e Poesia Migrazione da Roma, Salvo Imprevisti e Collettivo R da Firenze, Rendiconti da Bologna, Dacia Maraini e Biancamaria Frabotta, Piero Santi.
Sono state le riviste, però, lo abbiamo già detto, a dare il segno alla manifestazione. Innanzitutto perché hanno testimoniato, con la sola loro presenza a Ravenna, la vivacità della pratica della poesia “fuori” dal mercato. Abbiamo visto sui banchi del “mercatino” di piazza San Francesco fogli di poesia, quaderni, libri, riviste, tutti redatti e pubblicati in proprio da gruppi e collettivi di poesia. Forse proprio questa dimensione, artigianale, riservata, timida, dell’iniziativa ha permesso un rapporto con la città che infatti ha partecipato al Mercatino fin dal primo momento. Già venerdì mattina, quando ancora si stanno sistemando gli “stands della poesia” (spogli tavoli di legno con il nome delle riviste o dei singoli scritto con il pennarello), la gente che passa si ferma, chiede, compra, discute. In genere arrivano in bicicletta, con il piede ancora sul pedale domandando: “Cos’è?”, e nello spazio di cinque minuti hanno già acquistato almeno tre numeri di qualche rivista di poesia. Gli altoparlanti, quasi a voler favorire una maligna associazione di idee, trasmettono le cassette registrate del Mega-festival di Castelporziano (a qualche poeta che c’è stato già gli si accappona la pelle), Orlowsky urla: “Quanta cacca e quanta piscia produce la mia città?”.
“Cosa ne pensi della poesia in piazza, è una novità?” “Per me, come credo per molti altri – dice Biancamaria Frabotta – la novità non consiste nel fatto di stare in piazza, ma nel ritornarci con la nostra poesia tirata fuori dai cassetti. In questo senso è una doppia novità, per la poesia e per noi.” Al banco di Valore d’Uso, invece, arriva uno che vuole sapere: “Cos’è per voi l’arte?” e suscita il panico del gruppo romano. Più in là si è sistemata Rendiconti di Bologna, la rivista diretta da Roberto Rove rsi. Hanno il “quasisamizdat” di Roversi, appunto: le Descrizioni in atto mai pubblicate in volume, ma ciclostilate e rilegate in cartone da scatola. “Non sono in vendita” mi dice un compagno di Rendiconti quando gli chiedo quanto costano. Infatti le Descrizioni ciclostilate nel 1970 conoscono solo il mercato della richiesta diretta all’autore.
L’inizio delle letture non è esaltante; selezione, è questa un’altra caratteristica del Mercatino, non ce n’è e tutti quelli che lo chiedono possono leggere le loro poesie. Il pubblico, intanto, si infittisce. “Questa piazza è molto tempo che non vede tutta questa gente” mi dice uno di Ravenna. Sotto i portici, per nulla turbato prosegue il rito del “buco”. Vito Riviello, di Poesia Migrazione di Roma, fa un ingresso “spettacolare”, quasi gridato, che scuote il pubblico un po’ assopito. Leggono poi quelli di Valore d’Uso, Cesare Cozzo (che affascina per il timbro di voce “teatrale”), Antonio Ricci, Francesco Baldacci, Alberto Cioni. Le loro poesie sono ciclostilate in una raccolta fatta apposta per Ravenna. Poi è il turno di Biancamaria Frabotta. Passa al setaccio, nelle poesie che legge, la figura d’un poeta-maschio e si compra, orgogliosamente, “un paio di stivaletti neri, per guardare sopra le nuvole nella pioggia di Natale”. Concludono Salvo Imprevisti di Firenze con Mariella Bettarini che legge una poesia di Pasolini e Dacia Maraini. La prima giornata è andata, le paure di leggere in pubblico, le difficoltà di comunicazione, i dislivelli tra poesia e poesia esistono, ma il corto circuito questa volta non si è verificato.
Sabato mattina nella piazza girano strani personaggi, a ricordare la dimensione sempre “diversa” del poeta-povero: uno porta un carrettino musicale (sì, proprio di quelli a manovella) e un manifesto: “In questo paese bisogna avere la licenza anche per chi vuole portare un po’ di musica, non per soldi ma per dare felicità”. Un altro, si chiama Angelo Biagini, della casa di riposo per anziani di Ravenna, un vecchietto timido e dolcissimo un po’ claudicante, le sue poesie se le porta appresso in un triciclo, le ha ciclostilate da solo. Su di un palchetto di legno, quasi al centro della piazza, “per dire che il microfono non è importante” mi spiega Stefano, uno degli organizzatori, c’è uno spazio di “composizione estemporanea”.
Chi si buca intanto continua a bucarsi e a “sballare” per conto suo, però non se ne va, forse è incatenato alla sua piazza o forse è un po’ interessato alla poesia. Ogni tanto qualcuno va ai microfoni e dice le sue cose, parla del proprio sballo. Uno però fa sul serio, si apparta per un po’ e poi torna con la chitarra: “Voglio leggervi questa cosa – dice – che ho scritto sull’eroina”. Legge e suona insieme a una ragazza. È poesia, non è poesia? Semplicemente quel ragazzo, buco o no, ha fatto un tentativo di comunicazione, fuori, una volta tanto, dal ghetto e dal linguaggio della “roba”, rivolgendosi a chi è, con tutta evidenza, diverso da sé.
Tornano a leggere Tommaso Di Francesco, Vincenzo Lo Moro e Maura Nuccetelli di Valore d’Uso. Ci sono anche performance, e azioni poetiche. Lo Moro si fa annunciare come “Vincent McMoore” poeta americano, e legge una poesia con traduzione, in un finto americano ritmato e spettacolare. Ci cascano quasi tutti e anche il gioco dell’immaginario ha la sua parte di gloria. Poi ancora altri di Salvo Imprevisti e del Collettivo R di Firenze, e Paola Rossi di Tuttoprevisto di Ravenna. Giovanna Maioli, una delle ideatrici del Mercatino insieme a Paola Rossi, alla fine pare contenta. “Vorrei che l’iniziativa si ripetesse anche negli anni prossimi.”

