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Immagini da “Le tombeau de Couperin” (1999)


Laura De Carli

Immagini da "Le tombeau de Couperin"

 

Un luogo nel profondo della mente

custodisce – preziosa – la memoria

perché solo quest’ultima ci resta

e ci conforta, alleggerisce e pesa

nell’inganno di un medesimo tempo.

 

Chi ancora la memoria ha tramandato

nel soffio trasparente delle note

ha operato per mezzo dell’anima

perché i suoni raggiungono l’anima

per vie che la parola non conosce.

 

Nulla può riparare il lieto errore

dell’essere rimasti così poco,

di avere indugiato nell’effimero

quando il tempo incalzante si stringeva

ed era l’ora di un incerto andare.

 

Il dono ineffabile del ricordo

avvicina il presente col passato,

raccoglie saldamente ciò che è sparso,

conosce il senso relativo, affronta

l’aspra caducità di ogni cosa.

 

Scivola piano il fluire dei giorni;

è un andare, un silenzioso aggiungere

l’ora sull’ora, l’ombra sopra l’ombra,

storditi dalla luce quando il sole

abbagliando ferisce le pupille.

 

La dolcezza luminosa del giorno

ha spigoli taglienti, zone d’ombra,

il richiamo gioioso della danza

porta opachi risvolti di silenzio,

la leggerezza pesi insospettati.

 

Chi bisbiglia il tempo del rigaudon,

solleva le gonne, disfa le chiome

quando l’azione gocciola sul collo,

quando la danza solletica i sensi,

chi picchia il cuore, chi bussa alla porta?

 

Il margine di vuoto tra gli oggetti

e il loro farsi nome, definirsi

è luogo del sognare, del vedere

l’incanto del presente, del banale:

fiamma segreta delle cose spente.

 

La veste ondeggia nel contare i passi,

con garbo il braccio porge il suo tributo.

Una fascia di seta alla cintura,

una fascia di rosso all’orizzonte

e ondeggia il campo nella brezza lieve.

 

Nel respiro delle stagioni alterne

si perderanno le tracce, le impronte.

Guscio vuoto la spoglia, finalmente,

potrà restituire alla sua terra

ciò che la terra un giorno aveva dato.

 

Se quel sangue diventato polvere

impercettibile ancora palpita,

e continua dentro il sonno a scorrere

e a vivere ciò che viveva un tempo,

noi mortali lo dobbiamo all’opera.

 

Ha uno sguardo sorridente il dolore,

luce, limpidezza, quando è profondo,

prende sostanza, s’afferma in un dire

di note scarne, sommesse, in un tocco

di astratta, infinita melanconia.

 

*

testo presentato al Mercatino Musica 1999